
Una per una, le bugie di Berlusconi di Tito Boeri. Tasse. Welfare. Edilizia. Alitalia. Aiuti alle imprese. Un economista ha letto dalla prima all'ultima riga il libretto che Berlusconi farà distribuire in autunno. E ha confrontato la propaganda con la realtà dei fatti.
Se questo è il biglietto da visita per la campagna elettorale, è probabile che Berlusconi farà di tutto per evitarla. Magro il bottino di due anni di Governo sul piano della politica economica, nonostante la grandissima forza parlamentare di cui ha potuto contare quella che era fino a pochi giorni fa la maggioranza uscita vittoriosa dal voto del maggio 2008. Come direbbe l'attuale allenatore del Real Madrid, ci sono nel libretto "molti tituli, ma sero riforme". Non a caso la parte sulle "grandi riforme" viene pudicamente relegata alla fine. Ne elenca tre: scuola, università e pubblica amministrazione.
La cosiddetta riforma della scuola è sin qui consistita solamente in tagli al personale, con la reintroduzione del maestro prevalente nella scuola primaria, la riduzione dell'orario d'insegnamento nella scuola secondaria (sia di primo che di secondo grado), la riduzione degli indirizzi nella scuola secondaria di secondo grado e la richiesta di compartecipazione delle famiglie alla spesa. Il tutto esclusivamente nella scuola pubblica, dato che il finanziamento alle scuole private "paritarie" non è stato ridotto. Per chiamarla riforma ci vuole tanto coraggio. Simile la strategia seguita nei confronti dell'università, perseguita con la riduzione del fondo di finanziamento ordinario. Il disegno di legge che entro fine anno dovrebbe andare alla Camera porterà, se non viene ulteriormente diluito nei suoi aspetti innovativi, a qualche cambiamento nella governance delle università, e non prima della fine legislatura, dato che si basa sull'esercizio di deleghe. Insomma è, al massimo, una scommessa di riforma, su aspetti relativamente marginali, che non intaccano davvero la ricerca e la didattica.
Quella della pubblica amministrazione è forse l'unica riforma avviata da questo Governo, ma è stata cancellata ancor prima di entrare in vigore dalla manovra appena varata che ha posto tetti alla crescita delle retribuzioni nel pubblico impiego in modo del tutto indiscriminato, in barba ai premi al merito introdotti dalla riforma Brunetta. Nel frattempo la riforma ha perso per strada le norme sulla trasparenza della dirigenza pubblica (davvero importanti anche alla luce degli scandali nella gestione della Protezione Civile), si è esclusa dall'applicazione della riforma la presidenza del Consiglio dei ministri segnale evidente del fatto che nessuno ci crede in questa riforma e si è di molto depotenziata la class action contro le pubbliche amministrazioni e i concessionari pubblici.
C'è molto editing da fare nel documento. Molte le ripetizioni e non poche le contraddizioni. A p.5 si rimarca come si sia dovuto intervenire per ridurre i compensi dei dirigenti pubblici e dei magistrati, ma a p.7 si rivendica il fatto di non avere tagliato gli stipendi a nessuno. Forse gli autori di queste schede non si sono parlati. La verità è che gli unici compensi ad essere tagliati in modo significativo sono quelli dei ricercatori universitari che, con il blocco degli scatti di anzianità, si vedono ridurre le loro retribuzioni fino al 15 per cento. Il vero risultato che questo governo può esibire sul piano della politica economica è quello di aver contenuto il peggioramento dei conti pubblici durante la crisi.
Lo ha fatto adottando la strategia dell'immobilismo. Scegliendo di non scegliere si è evitato di cedere alle richieste di sostegno che venivano un po' da tutte le parti, ma si è anche sbarrata la strada a misure anticicliche, che avrebbero reso la recessione meno pesante, contenendo il calo del reddito pro capite degli italiani. Nonostante i trionfali titoli di testa dei TG1 della scorsa settimana, la produzione industriale è tuttora del 20 per cento al di sotto dei livelli pre-crisi, il prodotto interno lordo + del 6 per cento più basso. Non solo il calo è stato più forte pur non avendo vissuto lo scoppio di una bolla finanziaria o il fallimento di una grande banca, ma anche la ripresa è più lenta che altrove. In effetti il Governo ha preferito accettare un maggior impatto della crisi pur di evitare un aggravamento dei conti pubblici in un paese già fortemente indebitato.
Alla luce di quanto accaduto in Grecia, non si possono non vedere i lati positivi di questa scelta. Ma forse non è un risultato che paga sul piano elettorale. Soprattutto perché non è facile presentarlo come frutto di lungimiranza nell'azione di Governo. Ricordiamoci che siamo passati dalle "fiscal suasion" sui banchieri di inizio legislatura, con tanto di minaccia di tasse sui loro extraprofitti, agli aiuti concessi agli istituti di credito con il primo decreto anticrisi e ai Tremonti bond. Per non parlare della Robin tax, una tassa che doveva togliere ai ricchi petrolieri per dare ai poveri, sostituita, una volta che il prezzo del greggio era crollato, da misure e trattati a sostegno dei produttori di petrolio. Non sorprende perciò il fatto che siano altri i meriti presunti dell'azione di governo rivendicati a più riprese dal libretto.
Vediamone i principali.
"NON
ABBIAMO AUMENTATO LE TASSE"
Ci mancava altro. In un periodo di crisi tutti i Governi si sforzano di abbassare
le tasse o aumentare le spese per contenere la caduta del reddito. Il Governo
ha comunque contravvenuto non solo alla promessa fatta in campagna elettorale
di ridurre le tasse, ma anche a quella di non introdurre nuovi balzelli, mettendo
in mostra notevole creatività nell'introdurre una serie di nuovi prelievi.
Dalla Robin tax alla "porno tax", alle tasse sui giochi , fino alla
nuova tassa piatta, cedolare secca, sugli affitti. Bene rimarcare che tutto
è avvenuto all'insegna della redistribuzione dai poveri ai ricchi,
dai cittadini ai partiti. Le entrate della Robin tax sono andate a finanziare
gli organi di partito. La cedolare secca sugli affitti, l'ultima arrivata,
sostituirà una tassa progressiva (che tassa proporzionalmente di più
chi ha redditi più alti) con una aliquota costante, uguale a tutti
i livelli di reddito. L'ICI sulla prima casa abolita a inizio legislatura
era quella che gravava sulle famiglie con immobili di maggiore valore. Insomma,
un trasferimento dai ceti medi ai più ricchi. Un Robin Hood che opera
scrupolosamente al contrario.
"IL
PESO DELLO STATO SI E' RIDOTTO"
Non si direbbe a giudicare dall'andamento della pressione fiscale, cresciuta
dal 42,9 del 2008 al 43,2 per cento del 2009, come certifica l'ultima Relazione
Unificata dell'Economia e Finanza Pubblica. Consapevole di questo fatto, il
Ministro Tremonti in una recente intervista sul Sole24ore ha sostenuto che
la pressione fiscale è aumentata perché è diminuito il
pil. In realtà anche le entrate calano insieme al prodotto in un rapporto
pressoché di uno a uno, quindi la pressione fiscale (il rapporto fra
entrate fiscali e prodotto interno lordo) sarebbe dovuta rimanere almeno invariata.
E un terzo della manovra appena varata consiste in incrementi delle entrate,
anziché riduzioni della spesa pubblica. Ma il peso dello Stato non
si è ridotto soprattutto perché la spesa pubblica in rapporto
al reddito generato ha continuato a crescere. 34 miliardi in più nel
2009. Vero che la manovra appena varata contempla riduzioni di spesa. Ma saranno
soprattutto a carico degli enti locali che hanno ampiamente mostrato in questi
anni di ignorare i vincoli posti dal Governo. Le sanzioni per gli sforamenti
sono troppo blande. I commissari delle Regioni che non rispettano i vincoli
sono gli stessi Governatori in carica. Come dire che non c'è sanzione
politica. Nel frattempo il debito degli enti locali continua a salire. Quello
dei Comuni e delle Province ha raggiunto la cifra record di 62 miliardi, più
di mille euro a cittadino. Nessuna traccia della riduzione del numero delle
Province. E i tagli alla politica, tanto sbandierati sui media, si sono rivelati
ben misera cosa. Tagli del 3,5 per cento agli stipendi dei parlamentari. Porteranno
a circa 10 milioni di risparmi su di una manovra di quasi 25 miliardi. SI
E'
"SI
E' CONTRASTATA L'EVASIONE FISCALE"
Anche su questo terreno ci sono state virate a 180 gradi nell'azione di governo.
Utili i ravvedimenti, meglio ancora se onerosi, vale a dire accompagnati da
una autocritica. Purtroppo l'autocritica in questo caso non c'è stata.
Peccato perché avrebbe dato un segnale di rottura col passato. E non
è facile per un Governo che in questa legislatura ha varato l'ennesimo
condono, lo scudo fiscale, guadagnarsi credibilità nel contrasto all'evasione
se non da un forte segnale di svolta. L'inizio della legislatura è
stato caratterizzato da un'operazione di sistematico smantellamento, presentato
come "semplificazione", di un insieme di strumenti, che potevano
permettere all'amministrazione finanziaria di ottenere, per via telematica,
informazioni utili ai fini del contrasto all'evasione. È stato, ad
esempio, soppresso l'obbligo di allegare alla dichiarazione Iva gli elenchi
clienti/fornitori, sono state abolite le limitazioni nell'uso di contanti
e di assegni, la tracciabilità dei pagamenti, la tenuta da parte dei
professionisti di conti correnti dedicati ed è stato soppresso l'obbligo
di comunicazione preventiva per compensare crediti di imposta superiori ai
10mila euro. Salvo poi ritornare sui propri passi. La manovra appena varata
ha, infatti, ripristinato la tracciabilità, anche se solo per transazioni
superiori ai 3.000 euro. Il problema è che il Governo ha abbassato
pericolosamente la guardia riducendo i controlli contro l'evasione fiscale
e contributiva. Un esempio? Durante la passata legislatura gli Ispettorati
del Lavoro erano stati potenziati, con l'assunzione di quasi 1500 ispettori.
Tuttavia nel 2009 il numero di controlli sui posti di lavoro si è ridotto
del 7%, come ammesso dal Ministro Sacconi nella sua audizione alla Camera
il 29 aprile scorso. Il risultato è che nel 2009 il lavoro irregolare,
quello che non paga tasse e contributi sociali, è ulteriormente aumentato
secondo l'Istat, sorprendentemente anche nell'industria dove era fortemente
calato negli anni precedenti. Non ingannino i dati sull'attività ispettiva
diramati dall'Agenzia delle Entrate. Se aumentano le somme oggetto di accertamenti
a fronte di minori controlli, ciò significa che l'evasione media è
aumentata. Un risultato di cui c'è poco da essere orgogliosi.
"NON
ABBIAMO LASCIATO INDIETRO NESSUNO"
Il Governo non ha varato la riforma degli ammortizzatori sociali, lasciando
decadere la delega ereditata dalla legislatura precedente. Questa riforma
avrebbe permesso di contenere la povertà che, durante le recessioni,
aumenta soprattutto tra chi perde il lavoro. Il Governo ha, invece, proceduto
con una serie di interventi frammentari, temporanei e per lo più propagandistici.
I titoli di testa dei TG sono andati alla carta acquisti passata alla storia
come "social card" forse perché doveva essere erogata da
Robin Hood che, come si è visto, ha invece preferito finanziare gli
organi di partito. La social card sembrava essere concepita in modo tale da
escludere i maggiormente bisognosi. I destinatari potevano essere solo famiglie
povere con almeno un bambino con meno di tre anni oppure con capofamiglia
con più 65 anni. Inutile sottolineare che le persone maggiormente bisognose
di aiuto spesso non soddisfano questi requisiti. Ad esempio nessuna delle
persone senza fissa dimora, censite a Milano nel gennaio 2008, aveva figli
così piccoli o più di 65 anni (difficilmente i senza casa sopravvivono
così a lungo). Che fosse solo un'operazione propagandistica lo si capisce
dallo stesso libretto, se lo si legge con cura. Recita testualmente "dal
febbraio 2010 gli enti locali possono partecipare al finanziamento".
Significa che la social card è stata posta a carico dei Comuni. Peccato
che i poveri siano concentrati nelle aree del Paese in cui i Comuni hanno
meno risorse a disposizione e che la manovra appena varata abbia ridotto di
due miliardi e mezzo i fondi dei Comuni. Come ammette lo stesso documento
sono solo due (su più di 8000) i Comuni che hanno fruito di questa
"opportunità": Alessandria e Cassola
"A
FIANCO DELLA FAMIGLIA"
A parte gli interventi estemporanei, una tantum, social card, bonus famiglia
e prestito per i nuovi nati, il Governo ha di fatto varato una serie di misure
che hanno reso più difficile la conciliazione fra lavoro e responsabilità
famigliari, dunque la partecipazione femminile. I tagli all'organico del corpo
docente della scuola secondaria, prevalentemente femminile, e l'introduzione
del maestro prevalente, hanno reso più difficile il mantenimento dell'orario
a tempo pieno. Anche la detassazione degli straordinari, misura anacronistica
in tempo di crisi e per fortuna abbandonata a fine 2008, non favoriva certo
le donne con figli piccoli, giovani e anziani, spingendo semmai i loro mariti
a lavorare più lungo.
"RIPARTE
L'EDILIZIA, RIPARTE L'ECONOMIA"
Dal giugno 2008 il governo ha annunciato ben quattro iniziative nel settore
dell'edilizia residenziale, tutte etichettate come piani casa, anche se la
loro finalità non è l'aumento dell'offerta di alloggi per le
famiglie più deboli, l'obiettivo dei piani del passato. Sin qui non
è stata ancora posata la prima pietra per la costruzione di una qualche
nuova casa. Nessun intervento anche sull'edilizia scolastica. Non c'è
stata sin qui neanche l'anagrafe promessa a più riprese. Forse perché
i primi dati erano davvero allarmanti. A quanto risulta, dei 43 mila edifici
scolastici esistenti,solo un terzo è stato costruito negli ultimi trenta
anni! Più di mille sono stati costruiti prima dell'Ottocento e più
di tremila tra il 1800 e il 1920. Di quasi 7mila edifici non si sa neanche
la data di costruzione. Dopo il 1990 solo il 22% delle strutture è
stato ristrutturato. I numeri di queste anticipazioni sono semplicemente inaccettabili.
Non si può morire schiacciati dal cedimento di un soffitto in un'aula
di lezione come a Rivoli e come ieri poteva capitare in una scuola materna
a Verona.
"ABBIAMO
DIFESO I LAVORATORI"
Il Governo ha esteso il grado di copertura della Cassa Integrazione Guadagni
con interventi "in deroga", decisi discrezionalmente dalla politica.
Queste estensioni sono servite nell'emergenza a contenere l'emorragia di posti
di lavoro, inducendo le imprese a ridurre gli orari anzichà tagliari
gli organici. Bene. Ma sono state introdotte ulteriori asimmetrie di trattamento
fra lavoratori di imprese diverse. E questi interventi d'emergenza ci lasciano
in eredità uno strumento, la Cassa in deroga, che sarà molto
difficile ridimensionare dopo la crisi. In effetti le ore di Cassa in deroga
continuano ad aumentare. Gli interventi in deroga hanno ormai superato in
dimensione gli interventi ordinari. Un paradosso che la dice lunga sul navigare
a vista con cui si è gestita la politica del lavoro. Il fatto è
che i datori di lavoro sono del tutto deresponsabilizzati dagli interventi
in deroga; non pagano nulla per fruirne. Sta diventando una specie di sussidio
per le imprese che hanno maggiori agganci con la politica. I lavoratori maggiormente
colpiti dalla crisi sono stati, comunque, i lavoratori precari che in genere
non hanno accesso né alla Cassa Integrazione né ai sussidi ordinari
di disoccupazione. Tra quel milione di posti di lavoro distrutti dall'inizio
della crisi, nove su dieci sono lavoratori precari, con contratti a tempo
determinato, collaborazioni a progetto o impieghi saltuari nella giungla del
parasubordinato. Quasi un lavoratore temporaneo su sei ha perso il lavoro.
Il Governo non ha fatto nulla per affrontare il nodo del dualismo del nostro
mercato del lavoro. Nel Libro bianco del maggio 2009 aveva annunciato uno
Statuto dei Lavori, poi rinviato a "dopo le elezioni regionali",
e infine differito "alla fine del 2010". Speriamo ora non venga
rimandato a dopo le elezioni politiche.
"VOLA
LA NUOVA ALITALIA"
Era stata la grande protagonista della campagna elettorale del 2008. E il
libretto ora rivendica la scelta di Berlusconi di opporsi alla "svendita"
di Alitalia ad Air-France Klm in nome dell'italianità. Ma la soluzione
adottata una volta al governo, è molto peggiore di quella ostacolata
due anni fa: il contribuente si è dovuto accollare circa 3 miliardi
di debiti che sarebbero stati rilevati da Af-Klm. E dal punto di vista dei
viaggiatori, la fusione tra Alitalia e Airone ha creato situazioni di monopolio
su molte rotte interne, inclusa quella strategica tra Linate e Fiumicino.
Tant'è che, per consentire il completamento dell'operazione, il governo
ha sospeso i poteri dell'Antitrust nel valutare l'operazione.
"PIU'
LIBERTA'"
Il quesito ovvio è: per chi? Forse c'è stata più libertà
per i monopolisti. Il Governo ha infatti perseguito una sapiente strategia
per depotenziare le autorità di regolamentazione dei mercati. Il gioco
delle nomine serve in un colpo solo a impedire un rinnovo di peso alla Consob
dopo la gestione Cardia (che aveva difeso le società quotate da potenziali
scalate) e a delegittimare l'Antitrust. Non stupisce perciò che sul
piano delle liberalizzazioni questa legislatura sia avvenuta sin qui all'insegna
della restaurazione delle restrizioni alla concorrenza negli ordini professionali
dopo le "lenzuolate" di Bersani. L'esempio più lampante è
quello della riforma dell'avvocatura che reintroduce le tariffe minime, "inderogabili
e vincolanti". Vengono vietati accordi fra cliente e avvocato che prevedano
il pagamento di una parcella solo nel caso che la causa sia vinta (contingency
fees), la pubblicità che permette a giovani avvocati di competere sul
prezzo con chi è già ben avviato viene fortemente limitata.
Viene ampliata la riserva di attività degli avvocati nel campo della
consulenza legale e nelle procedure arbitrali. L'esame di abilitazione diviene
più oneroso, così come le condizioni di praticantato, senza
riconoscere ai praticanti nessun diritto di compenso. Si ribadisce il divieto
di esercitare l'attività organizzandosi in società di capitali.
Nelle intenzioni del ministro della Giustizia Alfano, questo approccio sarà
applicato a tutte le categorie di professionisti entro la fine della legislatura.
C'è di che rabbrividire.
"PIU'
SVILUPPO, PIU' FORZA ALLE IMPRESE"
L'abolizione di fatto del Ministero dello Sviluppo Economico, tuttora vacante
e progressivamente spogliato delle sue competenze, è l'emblema dell'assenza
di una politica per lo sviluppo. Un Governo coi numeri di cui disponeva doveva
varare già prima dello scoppio della crisi, un piano di riforme per
facilitare la ristrutturazione delle imprese, alleggerirle del peso della
burocrazia, incoraggiarne la creazione, migliorare il funzionamento del mercato
del lavoro, dotandolo di istituti propri per facilitare la riallocazione dei
lavoratori e quindi la stessa ristrutturazione delle imprese. Si sarebbe trattato
di misure spesso dal costo nullo per l'erario, ma con effetti rilevanti sui
tassi di crescita di medio periodo. Niente di tutto ciò. Nel libretto
c'è un lungo elenco di microincentivi introdotti allo scopo di prendere
tempo, di mostrare di non stare con le mani in mano, piuttosto che sostenere
l'economia. Molti di questi interventi erano sotto finanziati, dunque prevedevano
meccanismi di razionamento di tipo sovietico per le imprese che avessero fatta
domanda. L'esempio più classico è quello dei click day: I fondi
venivano concessi ai primi in grado, nella data fatidica, di essere connessi
a internet e di cliccare. Forse ha premiato gli insonni, oppure le lobby di
internauti, gruppi organizzati nell'occupare lo spazio virtuale. Ma anche
se fosse stato un metodo di razionamento del tutto casuale, in cui tutti a
priori hanno la stessa probabilità di ricevere l'aiuto, sarebbe stato
altamente inefficiente. Meglio dare a chi ha maggiore bisogno con meccanismi
di razionamento tipo aste o beauty context. Ancora meglio finanziare in modo
adeguato pochi interventi ritenuti prioritari senza ricorrere al razionamento.
Il fatto è che le imprese, per investire, hanno bisogno di certezze.
I click day servono solo per aumentare l'incertezza. Ma per definire delle
priorità bisogna saper fare delle scelte di politica economica. Di
questo il Governo è stato sin qui incapace. Il suo merito e insieme
demerito è quello di non aver operato alcuna scelta. Certo, ci ha evitato
gravi errori. Basterà per convincere gli italiani che avevano giustamente
punito il governo Prodi per il suo immobilismo? Alle urne l'ardua sentenza.
Il Cavaliere eroe dei due mondi. Nel libretto del Pdl c'è uno strepitoso capitolo sulla politica estera di Berlusconi. Che avrebbe 'riavvicinato Usa e Russia', 'risolto la guerra tra Georgia e Russia' e 'convinto i leader del G8 a sostenere le banche in crisi'. Tutto da solo, naturalmente
E dulcis in fundo...il bankiere Denis V.
La
Vigilanza della Banca d'Italia ha svelato gli artifici casarecci di Denis
Verdini, coordinatore del PdL, il cui Credito cooperativo fiorentino era stato
spregiudicatamente trasformato in una sorta di bancomat a disposizione di
parenti, amici e amici degli amici. Pacchi di milioni affidati senza garanzie.
Perché nel Credito fiorentino contava solo la parola di Verdini. Che
sosteneva amici, parenti e soci d'affari con i fondi dell'istituto. Tacendo
i sospetti di riciclaggio.
Il
dossier di Bankitalia con le violazioni rilevate nella gestione del Credito
Cooperativo Fiorentino