Articoli filtrati per data: Agosto 2020

I dati dell’Inps sulle ore di cassa integrazione guadagni concesse in Basilicata a luglio – 4,7 milioni di ore complessive di cui 2,9 milioni di ordinaria, 914mila dai Fondi di Solidarietà e 885mila in deroga – confermano che la ripresa è ancora un obiettivo da raggiungere. Lo afferma il segretario regionale della Uil Basilicata Vincenzo Tortorelli per il quale la situazione è ancora più critica se alla cig si aggiunge l’andamento delle assunzioni che sempre da fonte Inps rileva la scomparsa in tutto il Paese di 1,4 milioni di nuove assunzioni e rinnovi contrattuali rispetto ai primi 5 mesi dello scorso anno, di cui 902 mila tra contratti a tempo determinato, anche in somministrazione, e contratti a chiamata. Dall'altra, il blocco dei licenziamenti ha prodotto una positiva riduzione delle cessazioni. Come più volte da noi richiesto, sono arrivati con il Decreto Agosto la proroga fino alla fine dell'anno della acausalità dei contratti a tempo determinato e il blocco dei licenziamenti fino alla scadenza degli ammortizzatori Covid. Misure, queste, importanti per evitare un'emorragia difficilmente sanabile di posti di lavoro.
In attesa degli investimenti e di nuova occupazione, l’attenzione della Uil – continua Tortorelli – è concentrata sulla difesa degli ammortizzatori sociali tenuto conto delle novità introdotte. Di qui lo studio specifico sulle ricadute per effetto del cosiddetto Decreto Agosto. In riferimento alle integrazioni salariali con causale Covid il legislatore ha previsto di dare continuità agli interventi di Cigo, Assegno Ordinario e Cig in deroga per un ulteriore periodo di 18 settimane, utilizzando sempre il metodo del frazionamento in due tempi (9 + 9) ed introducendo, per il secondo periodo di 9 settimane, un contributo addizionale in relazione all’andamento del fatturato delle singole imprese. Viene innanzitutto definito il periodo di riferimento per l’utilizzo dei “nuovi trattamenti” di integrazione salariale che va dal 13 luglio al 31 dicembre del 2020 e che, in pratica, azzera tutti i contatori relativi alle precedenti 18 settimane come definite dal decreto-legge n°18/2020 (Cura Italia). Infatti, la norma nel disciplinare eventuali periodi che, precedentemente richiesti ed autorizzati, si dovessero collocare anche parzialmente successivamente al 12 luglio, stabilisce che tali periodi saranno sostanzialmente assorbiti e conteggiati nella prima tranche delle nuove 9 settimane. Si risponde quindi positivamente a quelle aziende che, più di altre, hanno fatto ricorso alle integrazioni salariali e che già nella prima quindicina del mese di luglio avevano terminato le 18 settimane previste complessivamente dal Decreto Cura Italia e dal Decreto Rilancio. Allo stesso tempo si penalizzano le imprese che invece hanno fatto un uso più parsimonioso delle settimane di integrazione salariale a loro disposizione e che non potranno utilizzare eventuali periodi rimanenti i quali, è bene ricordare, potevano essere fruiti entro il 31 di ottobre. Si prospetta quindi un sostanziale azzeramento dei periodi di Cig, Assegno Ordinario e Cig in deroga che si riferiscono alle prime 18 settimane con contestuale assorbimento all’interno dei nuovi periodi di integrazione salariale delle settimane di integrazione salariale collocate successivamente al 12 di luglio scorso. Al riguardo dovremo comunque aspettare la circolare dell’Inps che detterà precise istruzioni operative. Pertanto, per il primo periodo di 9 settimane sarà possibile presentare domanda di Cig, Assegno Ordinario e Cig in deroga con causale Covid senza nuovi vincoli e con le regole già definite dal decreto Cura Italia e dal Decreto Rilancio. Rimangono inoltre inalterati i termini di presentazione, a pena di decadenza, sia delle domande che della documentazione necessaria per il pagamento delle prestazioni per le quali, nei casi di pagamento diretto Inps, è prevista anche la possibilità di richiedere l’anticipazione del 40% dell’indennità. In considerazione della retroattività dei periodi considerati (13 luglio/31 dicembre) ed in fase di prima applicazione i termini di presentazione vengono fissati alla fine del mese successivo la data di pubblicazione del decreto stesso (entro il 30 settembre prossimo). La seconda tranche di ulteriori 9 settimane è destinata solo ai datori di lavoro per i quali sia stato interamente autorizzato il periodo precedente e sono disciplinate con un regime differente sulla base delle condizioni economiche della stessa azienda. Per l’acceso a questi periodi di integrazione salariale viene previsto il versamento di un contributo addizionale basato sulla riduzione del fatturato registrata tra il primo semestre del 2020 e il corrispondente periodo del 2019: datori di lavoro che hanno avuto una riduzione del fatturato pari o superiore al 20%, nessuna contribuzione addizionale; datori di lavoro che hanno avuto una riduzione del fatturato inferiore al 20%, contribuzione addizionale pari al 9% della retribuzione globale che sarebbe spettata ai lavoratori per le ore di lavoro non prestate; datori di lavoro che non hanno avuto una riduzione del fatturato, contribuzione addizionale pari al 18% della retribuzione globale che sarebbe spettata ai lavoratori per le ore di lavoro non prestate. Per la corretta attribuzione del contributo addizionale l’azienda, all’atto della domanda, dovrà autocertificare il dato relativo alla riduzione del fatturato che sarà poi verificato da Inps e Agenzia delle Entrate. Come per i precedenti decreti si prevede uno stanziamento ad hoc per i Fondi di Solidarietà Bilaterali del settore Artigianato e Somministrazione per l’erogazione dell’Assegno Ordinario con causale Covid. La cifra individuata è pari a 500 milioni di euro, con la quale si porta a 1.600 milioni di euro lo stanziamento complessivo per l’anno 2020, che sarà erogata a i singoli Fondi con specifici decreti del Ministro del Lavoro di concerto con quello dell’Economie e Finanze sulla base della rendicontazione delle necessità e delle prestazioni già erogate. Lo stanziamento previsto è molto inferiore alle attese ed alle esigenze dei due settori interessati, ed in particolare di quello dell’Artigianato. Sembra quasi che il legislatore, preoccupato dal raggiungere il corretto saldo finanziario del decreto, rimandi a un secondo momento (la fase di conversione in Legge) lo stanziamento economico realmente necessario per questi settori per l’erogazione dell’Assegno Ordinario per le ulteriori 18 settimane appena introdotte, anche in riferimento alle regole riguardanti il blocco dei licenziamenti. Sempre in materia di integrazioni salariali è infine previsto un ulteriore periodo di 50 giornate per la Cassa Integrazione Salariale per gli Operai Agricoli, con le deroghe già previste dal decreto- legge n°18/2020. Il periodo individuato per l’utilizzo della nuova prestazione di Cisoa è lo stesso delle altre integrazioni salariali, dal 13 luglio al 31 dicembre del 2020, ed anche in questo caso i periodi già autorizzati che cadono oltre il 12 luglio saranno conteggiati all’interno delle nuove 50 giornate. Non viene invece previsto il versamento del contributo addizionale sulla base del fatturato.

Dalle dichiarazioni dei redditi 2018 risulta che il 94,7% del gettito IRPEF è versato dai soli lavoratori dipendenti e pensionati. Questo – sottolinea una nota dell’Ufficio Servizi Fiscali della Uil – è un dato rilevantissimo perché l’IRPEF rappresenta il 40% delle entrate erariali del nostro Paese. L’attuale situazione fotografa l’iniquità del sistema fiscale italiano e non è più sopportabile. In Basilicata nel 2017, ultimo anno di riferimento per i Conti economici territoriali preso in esame da Bankitalia nel rapporto di giugno 2019, il reddito disponibile delle famiglie consumatrici era pari in Basilicata a circa 13.500 euro pro capite, un dato sostanzialmente in linea con il Mezzogiorno, ma minore della media nazionale (rispettivamente 13.700 e 18.500). Elaborazioni di Bankitalia su dati Prometeia, riferite al totale delle famiglie residenti in regione, confermano per il 2018 una sostanziale stazionarietà, a fronte della crescita nella media nazionale.

Per la Uil – commenta il segretario regionale Vincenzo Tortorelli – bisogna varare una vera riforma del nostro sistema fiscale che tagli le tasse a chi le paga, vale a dire ai lavoratori dipendenti e pensionati, attraverso un significativo aumento delle detrazioni. E’ dunque urgente che il Governo apra un confronto con i sindacati per arrivare a una complessiva riforma del fisco, che ridisegni le aliquote IRPEF e gli scaglioni, rispettando il principio di progressività previsto dalla Costituzione e, contemporaneamente, attuando una svolta nella politica di lotta all’evasione fiscale per recuperare i 110 miliardi di euro che ogni anno sono sottratti alle casse dello Stato.

L’andamento dei redditi in Basilicata registrato dal 2014 non ha determinato un totale recupero dei livelli pre-crisi: nel 2018 il reddito risultava infatti inferiore di oltre un decimo a prezzi costanti rispetto a dieci anni prima. Nel 2018, la quota di individui in famiglie senza reddito da lavoro è risultata pari al 12,1 per cento in regione, un dato superiore alla media nazionale (10,0 per cento); l’incidenza è inoltre maggiore per gli individui in famiglie con a capo un giovane , così come tra gli individui in famiglie con a capo una persona con un titolo di studio basso o una donna.

I contribuenti lucani sono 380 mila: meno di un migliaio ha un imponibile tra i 50 mila e i 100 mila euro; meno di 100 hanno un imponibile che superano i 300 mila euro.

Quindi si deduce che la stragrande maggioranza dei contribuenti hanno dichiarato meno di 50 mila euro.

“La fiscalità di vantaggio prevista dal ‘Decreto Agosto’ è un segnale importante per il Mezzogiorno e la Basilicata, ma non può certo essere considerata esaustiva per la ripartenza del Sud e va accompagnata da investimenti”. Ad affermarlo è il segretario regionale della Uil lucana Vincenzo Tortorelli sottolineando che da un’analisi della UIL – Servizio Lavoro, Coesione e Territorio che ha elaborato i dati INPS riferiti alla retribuzione media nel settore privato di una lavoratrice/lavoratore a tempo indeterminato (con esclusione del settore agricolo) con l’introduzione di una fiscalità produttiva di vantaggio nel Mezzogiorno si avrebbe un costo per le casse dell’erario compreso tra i 3,5 e i 4,9 miliardi di euro. A tanto ammonta una fiscalità di vantaggio produttiva che agisce sul taglio del costo del lavoro attraverso la fiscalizzazione degli oneri contributivi, a carico dei datori di lavoro, per il personale a tempo indeterminato che presta la propria opera nel Mezzogiorno. Simulando un taglio dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro di 7 punti, portando la percentuale di imposizione dal 23,81% al 16,81%, il costo complessivo per le casse dello Stato, sarebbe di 3,5 miliardi di euro l’anno, con un risparmio medio per le imprese di 1.359 euro per ogni dipendente a tempo indeterminato.

Secondo Tortorelli il sistema produttivo del Mezzogiorno necessita, per aumentare l’occupazione, di una politica fiscale che riduca strutturalmente il carico del costo del lavoro per le imprese. Per questo la UIL è sempre stata favorevole ad una fiscalità di vantaggio nel Mezzogiorno che colmi il divario produttivo tra le varie aree del Paese, in quanto produrre al Sud beni e servizi ha un costo maggiore per l’assenza di un adeguato sistema di infrastrutture materiali ed immateriali. Tra l’altro oggi, nelle Regioni nel Sud, l’IRAP, le Addizionali IRPEF ed il Bollo Auto, per effetto dei piani di rientro dal deficit sanitario, sono più alte della media del Centro-Nord. Dobbiamo inoltre, perseguire con particolare attenzione nel Mezzogiorno l’aumento della partecipazione e dell’accesso al mercato del lavoro di giovani e donne.

Per il segretario della Uil una nuova strategia produttiva passa attraverso un rilancio del ruolo dei Consorzi industriali, negli ultimi anni ripiegati a mera amministrazione dell’esistente e con quello di Potenza nuovamente in uno stato di dissesto finanziario. Inoltre decisivo è il progetto di Zes interregionale con la Puglia per le aree industriali lucane coinvolte. In vista della prossima programmazione 2021- 2027, sarà utile puntare su pacchetti localizzativi e promozione delle opportunità di investimento, attraverso una società di consulenza imprenditoriale specializzata, selezionata con bando. Un modo per cercare di ricostituire una capacità attrattiva di nuovi investimenti è quello di convertire almeno una parte delle aree consortili in “aree produttive ecologicamente attrezzate” (APEA). Le imprese insediate nell’APEA hanno numerosi vantaggi, tali da rendere appetibile l’insediamento: impianti ed infrastrutture comuni ed all’avanguardia per il trattamento e smaltimento di reflui, emissioni e rifiuti industriali, con notevoli risparmi dei costi di investimento e di gestione (spesso imposti da obblighi di legge); godere di tariffe energetiche agevolate grazie alla produzione in comune di energia rinnovabile (un po’ come avviene con Tecnoparco Valbasento) ed usufruire di semplificazioni amministrative per attuare i progetti.

Questo è un Ferragosto di attesa ma anche di attraversamento delle paure, di conforto e ristoro per le famiglie, per le persone che lavorano e per chi è ai margini.

I mesi terribili che abbiamo attraversato hanno rafforzato la consapevolezza che per uscire dalla crisi occorre un cambio di passo, collettivo, verso una nuova dimensione di socialità e di comunità, con una robusta manovra di protezione sociale e con scelte chiare per un nuovo sviluppo: una messa alla prova, per tutti, e un esame di coscienza per una ripresa di senso capace di andare oltre lo sconcerto della Pandemia. Anche per il sindacato dei lavori, della prossimità, della mutualità e dei nuovi bisogni, compartecipe di visioni e destini di uno sviluppo, affatto scontato.

Nel 2020 le cose stanno cambiando drasticamente. Per il mercato del lavoro il 2020 sarà un anno nero con una perdita consistente di occupati di 8mila unità e ad essere colpiti saranno i giovani, i contratti precari, i redditi più bassi, le microimprese con un solo addetto, gli operatori delle varie forme della gig-economy.

È per questo che adesso (e non dopo), in questi tempi straordinari, è necessario intervenire con azioni straordinarie per affrontare con forza i nodi strutturali che della nostra regione. C’è un buon terzo della popolazione attiva lucana da transitare e ritrovare rinvigorito nella fase di ripartenza e rilancio.

Serve una misura ponte, emergenziale, di sostegno economico alle attività e alle famiglie. Come si è fatto in altre regioni, è utile la costituzione di un Fondo di investimenti sociali con le risorse dei Fondi UE riprogrammati e con un prestito-contribuzione straordinaria indotta dai player energetici.

Servono, poi, azioni lungimiranti per lo sviluppo con un concreto Piano Strategico regionale, compartecipato e condiviso da larghi starti della società lucana.

In autunno l’aspettativa è di un cambio sostanziale di paradigma e la sfida è tutta politica: spetta al Governo regionale formulare una proposta compiuta di pianificazione del futuro della regione che, ad oggi, tarda ad arrivare.

C’è da fare  un nuovo statuto materiale della regione!

È assurdo che a livello nazionale il Governo proceda, con il coinvolgimento pieno dei sindacati, nel complicato cammino di scelte e provvedimenti per la ripresa ed in Basilicata invece ci si chiude e si riduce al minimo il confronto.

Si apra una sessione intensa e decisionale per il futuro della Basilicata, senza consultazioni rituali, con al centro un documento di posizione ispirato e concreto, definito per assi strategici e obiettivi di fondo tracciati e declinati con metodo, cronologia, mobilitazione di investimenti e con la previsione di risultati attesi per reddito e occupazione.

Senza questa svolta netta, capace di incidere nella vita delle comunità, sarà ben difficile affrontare la crisi di autunno, a rischio è la tenuta sociale e il conflitto, diversamente, sarà inevitabile, con il sindacato a rappresentarne le ragioni profonde.

Si è ancora in tempo. Si metta perciò in gioco ciò che è stato finora e si scommetta sul futuro. Si provino nuove strade: ci si chieda cosa manca ai nostri centri urbani, cosa manca di moderno, di attuale, di qualitativo e quanto crescono il disagio e le diseguaglianze. Si diano delle risposte opportune!

Serve un modello di sviluppo più sociale che economico: conta il tema della sostenibilità ambientale,  del welfare e delle generazioni, delle infrastrutture; un patto tra una forte comunità di cura, un nuovo sistema di protezione sociale e sanitario; il mondo dell’impresa e del lavoro; il progetto di un vero grande polo produttivo lucano di mezzo fra i distretti metropolitani campano e pugliese, irrobustito dal biofarmaceutico, dall’ICT, dalla componentistica; nuove formule combinatorie tra risorsa idrica, l’ambiente appenninico e il bene paesaggio senza del quale non si può pensare di bloccare il dissesto idrogeologico dei luoghi legati ai decorsi fluviali. È l’idea del contratto di fiume che si sperimenta ora tra le Province ofantine.

Centrale è il processo di transizione energetica della Val d’Agri, necessariamente graduale e diffuso nel tempo, minacciato da arrangiamenti normativi dell’ultima ora. L’emendamento al Decreto semplificazione è una forte turbativa sia per l’assetto occupazionale locale,  già colpito dai  frequenti cambi di appalto, e sia per la continuità delle attività estrattive in essere e sottoposte a moratoria. Si alimenti invece un’intelligente visione compartecipata e contrattata attraverso i tavoli della trasparenza e di sito con i sindacati confederali e categoriali.

L’insieme di queste progettualità deve calare dentro le previsioni del Piano nazionale delle riforme e del Decreto rilancio. Spinga la regione in questa direzione e dica il Governo  quali  sono i cantieri, dove si aprono subito, con il presidio di missioni di sviluppo sul campo, strutture speciali come condensatori e garanti di una rapida e coordinata attuazione  (es. comparto  scuola).

La Regione attrezzi finalmente una linea di “strutture speciali di scopo”, dotate di elevata autonomia manageriale, capaci di realizzare progetti da tempo ritenuti strategici.

Una struttura speciale del lavoro, un’Ageforma rinnovata e delineata sulle politiche giovanili e della ricollocazione; un’altra digitale, architettura indispensabile per innervare la rete; una agroforestale, per un valore plurimo e produttivo dei beni, senza l’impaccio delle ristrette formule consortili.

Ecco alcune condizioni per farcela.

La Uil e l’Eures, l’Istituto per le ricerche economiche e sociali, hanno presentato uno studio sulla Digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e sulla competitività del sistema Italia. I principali risultati: in Basilicata le Amministrazioni Locali in cui è possibile gestire almeno 1 servizio interamente “da remoto” rappresentano il 51,1% (prima regione è il Veneto con il 70,8%). Ancora, le Amministrazioni Pubbliche che nella nostra regione utilizzano sistemi di innovazione tecnologica anche semplicemente per le procedure di protocollo di atti e documenti, istanze di cittadini scendono al 45,2%.
Sono soprattutto le Amministrazioni Locali, ovvero gli “enti di prossimità” chiamati a dialogare più direttamente con cittadini e imprese – sottolinea lo studio – che confermano un evidente “ritardo digitale”: neanche la metà delle A.A. L.L. del nostro Paese (47,8%) riesce infatti a garantire la possibilità di gestire interamente «da remoto» l’iter di almeno 1 tra i 24 servizi più frequentemente erogati (Istat 2018). Una inadeguata digitalizzazione si riscontra chiaramente anche nelle «procedure interne»: ben il 44,9% delle AA.LL., infatti, protocolla ancora oltre la metà della documentazione prodotta attraverso procedure di tipo “analogico” (timbri, firme e sigle). Per la Uil la “conversione” digitale della società che ha coinvolto trasversalmente tutti gli aspetti della vita quotidiana impone una profonda trasformazione alla Pubblica Amministrazione, dalla cui efficienza dipende in buona misura la competitività di un sistema. A fronte di tale esigenza, in Italia la spinta alla digitalizzazione della P.A. ha visto profondi interventi sul piano normativo – dal Codice dell’Amministrazione Digitale (D.lgs. 82/2005) alla Riforma Madia – e, soprattutto, consistenti impegni di spesa: l’Agenzia per l’Italia Digitale segnala infatti per l’ultimo quinquennio una spesa media annua di 5,5 miliardi di euro, di cui il 66% per spese correnti e il 34% per “investimenti”. Le risorse finanziarie impiegate e la produzione normativa “dedicata” non hanno tuttavia garantito un’effettiva trasformazione digitale della PA, dove ancora oggi si fa spesso ricorso a procedure e strumenti “tradizionali”. Il problema principale, a tale riguardo, sembra risiedere nelle difficoltà di “chiusura del ciclo” della digitalizzazione: le nuove tecnologie, infatti, anche laddove presenti, spesso non generano innovazioni di processo o di prodotto, ma si usano per gestire singole attività.
Non a caso il monitoraggio sullo stato di avanzamento dei progetti di trasformazione digitale realizzato dall’Agenzia per l’Italia Digitale mostra come il raggiungimento dei principali obiettivi programmati per il 2020 – pur con qualche eccezione – risulti ancora distante.
Tra gli altri elementi dello studio. La disaggregazione territoriale segnala inoltre una marcata disomogeneità: nelle regioni del Nord, infatti, il livello di digitalizzazione dei servizi offerti dai comuni appare nettamente superiore a quello delle regioni del Sud: la più virtuosa è il Veneto, con una percentuale pari al 70%. Sono i comuni più piccoli a presentare le maggiori criticità: tra i quasi 2 mila comuni italiani con meno di mille residenti, infatti, solo uno su tre (33,7%) ha infatti interamente digitalizzato almeno un servizio al pubblico; tale valore sale al 40,8% nella fascia successiva (1.000-2.000 abitanti) e al 46,9% in quelli “da 2.000 a 3.000 residenti”, fino a raggiungere un valore pari all’81% nei 104 comuni che contano almeno 60 mila abitanti.
La scarsa informatizzazione dei servizi al pubblico si accompagna ad una ridotta digitalizzazione delle procedure interne, che garantirebbe maggiore efficienza e trasparenza.
Il Segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri sottolinea che “ l’Italia risulta ultima in Europa nell’utilizzo dei servizi di eGovernment. In sostanza, solo il 32,3% dei cittadini utilizza i sistemi telematici per interfacciarsi con la PA, a fronte del 67,3% della media UE. Inoltre, l’Italia si colloca al 25esimo posto, con un indice al 43,6% (la media UE è al 52,6%) per quel che riguarda la digitalizzazione dell’economia e della società nel suo insieme e, quindi, per diffusione delle nuove tecnologie. Leggermente migliore - prosegue Bombardieri - ma sempre al di sotto della media UE, il dato relativo alla digitalizzazione dei servizi pubblici: siamo al 19esimo posto, con un indice al 67,5% e una media UE al 72%. Davvero preoccupante, poi, è il fatto che neanche la metà delle Amministrazioni Locali sia in grado di gestire interamente da remoto almeno uno dei 24 servizi più frequentemente erogati. Non solo, ben il 44,9% di queste Amministrazioni protocolla ancora oltre la metà della documentazione prodotta attraverso procedure di tipo analogico. Alla luce di questi dati - ha precisato il leader della Uil - chiediamo al Governo e alla politica di decidere che la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione diventi uno dei principali asset strategici per l’utilizzo delle risorse del Recovery Fund. È necessario investire e formare perché su questo tema esiste, evidentemente, anche un problema di tipo culturale. Forse, tra le altre cose, sarebbe utile che il servizio pubblico radiotelevisivo - conclude il segretario della Uil - prevedesse l’inserimento nei propri palinsesti di programmi che educhino al digitale tutti i cittadini, sul modello di quel che accadeva alle origini della Rai con la famosa trasmissione del maestro Manzi, ‘Non è mai troppo tardi’ “